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Viola Melanzana

un modo spiritoso per parlare delle mie passioni,dei miei esperimenti, dei miei pasticci..un modo spiritoso per trasmettere quello che so, quello che osservo, quello che continuo ad imparare ogni giorno.
 

Viaggio in Bourgogne a cura del Viandante Bevitore

Potrebbe essere onanistico, una masturbazione mentale, una pratica inutile scrivere di Borgogna. Per una serie di motivi. Perché bere un Pinot Nero è assai complesso: molti dicono sia un punto d’arrivo. Perché bere un Borgogna vuol dire spendere almeno 30, 40 euro, correndo il serio rischio di ritrovarsi tra le mani una bottiglia mediocre se non si è attenti nella scelta. Perché la Borgogna per certi verso è il “vino”, e scrivere di vino, per come lo intendo io, è assai complicato. La prima difficoltà nasce dalla storia stessa della Borgogna, dei terreni confiscati durante la Rivoluzione Francese alle casate nobiliari ed il loro frazionamento, suddivisione e ridistribuzione accelerata con il codice napoleonico del 1790 in base al quale tutti i figli senza distinzione di età o sesso, avevano diritto ad una quota ereditaria. Tanto per capirci, il celebre Clos De Vougeot, un vigneto di 50 ettari piantato nel XII secolo dai monaci cistercensi, è arrivato ad avere fino a ottanta proprietari, scesi oggi a sessanta. Altra difficoltà, la classificazione dei vigneti (Grand cru, premier cru ecc. ecc.), denominazioni le cui diciture vengono aggiunte in etichetta ai comuni (tanti) di origine, classificazione che non sto qui a spiegarvi perché occorrerebbero pagine e pagine e difficilmente ne usciremmo fuori. Poi c’è il discorso dei famosi climat, il vigneto, o parcelle di esso (Il grand cru Chambertin di Dugat-Py è prodotto in sole 260 bottiglie ad esempio), così chiamati perché ogni piccolo appezzamento ha condizioni pedo-climatiche diverse. Tutto ciò identifica, quanto meno per me, il Pinot Nero e la Borgogna con il senso forse più bello del vino: con la scoperta e la capacità evocativa del vino, con il mistero che lo ammanta, con quel quid di indecifrabile legato al terroir (territorio) che rende ogni bottiglia, al pari di un essere umano, unica e irripetibile.
Morey Saint Denis Clos Solon 2004 – Fourrier : Il fatto che questo comune si trovi incastonato tra i più celebri Gevrey-Chambertin e Chambolle-Musigny non giova al suo nome. Solitamente i Pinot Nero provenienti da questo comune hanno carattere più femminile ed elegante, che in questa bottiglia si manifestano con i frutti di ciliegia e lampone rigogliosi che al naso si esprimono già pieni, forse anche maturi, cosa intuibile già dal colore: un rosso rubino scarico che già cede in toni leggermente aranciati nell’unghia. Si avvertono note affumicate, toni balsamici, un leggero sentore di caffè a bicchier fermo, sensazioni floreali che mi ricordano la violetta. Al palato manca una certa corrispondenza con l’esuberanza percepita al naso, e dopo l’ingresso dolce dei frutti sembra svanire pur essendo dotato di una buona spinta acida.
Vosne-Romanee 2004 - Mugnberet Gibourg : Signore e Signori, ci troviamo innanzi al più prestigioso comune dell’intera Borgogna “rossa”, quello da cui, tanto per essere chiari, esce dal Grand Cru omonimo il vino più costoso al mondo immesso al commercio (Domaine Romanee Contì: tra i 1800 e i 2500 euro a seconda dell’annata). Di conseguenza, anche per un Village come questo spenderete un bel po’ di soldi e non è detto che sarete premiati in termini qualitativi. Di rosso rubino, vinificato da lieviti indigeni si esprime su toni animali e di spezie ed un buon frutto di ciliegia. Ha discreta mineralità al palato, ma svanisce veloce nella sua chiusura.
Volnay Santenots 1er Cru 2004 - Roble Monnet : Solitamente i Volnay sono vini affidabili grazie alla composizione calcarea del terreno poco profondo e l’esposizione a sud-est dei vigneti. Vino biodinamico dal colore rubino più denso nel cuore del disco rispetto agli altri. Il naso è tutto giocato inizialmente su note animali di pelle e cuoio e odori stallatici (Lieviti indigeni suppongo), poi i frutti, lampone e prugna matura, sentori floreali di violetta, liquirizia, a bicchiere fermo olive nere. Al naso lascia interdetti, si esprime e si comprime, alti e bassi, fino ad uscire nel tempo pienamente. Al palato ha buona mineralità e discreta acidità, nel tempo forse troverà maggior equilibrio.
Gevrey Chambertin 1er Cru Petite Chapelle 2004- Rossignol-Trapet : Gevrey-Chambertin è la più estesa appellation dell’intera Côtes de Nuits, ciò vuol dire che la qualità può andare dal sublime al mediocre e che l’abilità del produttore ha importanza pari alla composizione del terreno e l’esposizione dei vigneti. Questo si presenta rosso rubino dalle trasparenze intriganti. Al naso, dopo un’iniziale chiusura si esprime in una complessità maggiore rispetto ai precedenti: Ciliegie e lamponi, odori di affumicatura, note boisè, sandalo e spezie, talco, note balsamiche, un sentore che riconduco all’acqua di bollitura del riso. Al palato è devastante, il legno di affinamento si avverte, ma è integrato, la mineralità è suggestiva e la spinta acida decisa. Chiude Lungo.
Pommard 1er Cru Les Rugiens 2004 – Voillot : Pommard rappresenta il carattere maschio del Pinot Nero. Ricordo la definizione di Lalou Bize-Leroy, produttrice e uno dei più fini palati di Borgogna: “I vini di Pommard sono come la sua chiesa: solidi, quadrati e, alla prima impressione, poco invitanti.” Hanno bisogno di maggior attesa prima di essere bevuti, ma sono capaci di regalare grandi soddisfazioni. Il mio preferito si è presentato su un rubino vivace, al naso ha dapprima spaesato un po’ tutti su odori stagnanti, paludosi, mano a mano si è sviluppato innanzitutto su una mineralità decisa, note ferrose ed ematiche che gli regalavano grande profondità, presentava forse una leggera acidità volatile, poi note di frutto in evidenza, spezie ed erbe aromatiche, una nota deliziosa di anice stellato e note balsamiche aeree. Al palato aveva giusta corrispondenza, affascinante mineralità già percepita al naso e buona acidità. Il tannino ovviamente ancora astringente. Godibile, tra qualche anno lo ritroveremo al meglio.
Un amico una volta mi scrisse: “Bere Pinot Nero è l’inizio della fine, perché se te ne innamori, non berrai altro se non paragonandolo ad esso”. Vale la pena rischiare.

Il viandante

PS: la foto è stata realizzata da Tommaso Luongo delegato A.I.S. Napoli.

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At 6:10 PM, Blogger CoCò said...

C'è solo da leggere e da sognare quel fantastico abbinamento!    



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